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giovedì 5 marzo 2026

DANIELA RIPETTI-PACCHINI BIOGRAFIA 2026 e le poesie: Goodbye Rome e Annabel Lee remake

 

DANIELA RIPETTI-PACCHINI BIOGRAFIA 2026



Primo Festival Internazionale dei Poeti, Castelporziano 1979 
(Foto Piero Marsili Libelli) 

Daniela Ripetti (cognome completo: Ripetti-Pacchini) è scrittrice e poetessa. In passato ha svolto attività di psicologa-psicoterapeuta e ha collaborato a diversi quotidiani e riviste italiane. Si è occupata inoltre di teatro e ha lavorato in Italia e in Francia con Carmelo Bene.

Durante la sua formazione universitaria e la specializzazione ha vissuto prevalentemente a Roma fino agli inizi degli anni Ottanta quando, a causa di una grave patologia, è tornata a Pisa, sua città natale.

Come poeta i suoi versi sono stati pubblicati su riviste letterarie tra cui: “Nuovi Argomenti”, “Guida Poetica Italiana”, “ClanDestino”, “Quinta Generazione”, la rivista culturale messicana “Altiplano” in traduzione spagnola, la rivista internazionale di letteratura contemporanea “The Literary Review” (1985) in traduzione inglese dello scrittore Pier Francesco Paolini, si veda anche Twentieth-century Italian Literature (1929-1997) in English Translation,  di Robin Healey (1998) e  Italian Literature since 1900 (1929-2016) in English Translation  di Robin Healey (2019).   

Inoltre si trovano in antologie e testi italiani come Poeti Italiani al 2° Festival Internazionale dei Poeti (1980), Letteratura degli anni Ottanta a cura di Filippo Bettini, Mario Lunetta, Francesco Muzzioli (1985), La poesia nel Lazio a cura di Fausto Pellecchia (1988), Il Romanzo di Castelporziano a cura di Simone Carella, Paola Febbraro, Simona Barberini (2015). Riguardo al reading e alla performance fatta al Beat 72 nel 1977 si veda Il poeta postumo di Franco Cordelli del 1978 (Ed. Lerici) e del 2008 (Ed. Le Lettere) a cura di Stefano Chiodi con Postfazione di Andrea Cortellessa.

Nel 1982-83 fu pubblicata la sua miscellanea di poesie Dei trapassati intendimenti – Poesie per tre Festival e tre Concerti con prefazione di Alberto Moravia. Il libro raccoglie versi tratti da varie raccolte, scritti e performati da Daniela Ripetti tra il 1974 e il 1981.

Nel 1992 Forum / Quinta Generazione pubblicò una nuova raccolta di sue poesie composte dal 1981 in poi, intitolata Marcia della Prudenza 1981 con la prefazione di Giampaolo Piccari.

Nel 2019 è uscito Una giovinezza rubata-Memorie di Guerra Fredda di Daniela Ripetti, un volume tra storia e memoria dove sono incluse anche diverse poesie dell’autrice.

Nel 2021 è stata pubblicata La Poesia e il suo Doppio, una vasta miscellanea di poesie in italiano e inglese, contenente composizioni da lei scritte dal 1967 al 2016 tra cui la raccolta completa Apache tear (1981-1994) introdotta dalla prefazione di Romano Luperini. Vi si trovano inoltre alcuni brani di prosa e varie note critiche. 

Nel 2022 è uscita con Transeuropa la plaquette di versi intitolata Poesia-Phoenix, lo stesso editore ha pubblicato di Daniela Ripetti anche la nuova raccolta Addio Roma e altre poesie pubblicata nel novembre 2024.

In sua assenza le sue poesie sono state a volte dette da attrici o attori come Maria Luisa Bene, Luigi Mezzanotte, Giuliana Adezio, Giovannella De Luca, ecc.

Nel 2010 al Meeting Internazionale di Poesia (Festival Mediterranea), furono lette da Cloris Brosca.

Non potendo partecipare ai vari eventi culturali dal 2011 Daniela Ripetti, oltre a scrivere su questo blog, pubblica video con i suoi scritti sui due canali YouTube “skindapsos” e “ilvelobarocco”.

skindapsos: https://www.youtube.com/user/skindapsos 

ilvelobarocco:  https://www.youtube.com/user/ilvelobarocco

Si veda anche academia.edu al seguente link:

https://independent.academia.edu/DanielaRipettiPacchini

 

PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA:

Daniela Ripetti-Pacchini si laureò con lode in Psicologia (relatore il Prof. Giovanni Jervis) all’Università degli Studi di Roma e si specializzò in Psicoterapia.

 Come psicologa-psicoterapeuta i suoi interessi e i suoi scritti hanno riguardato principalmente la fenomenologia della coscienza nelle sue molteplici trans-formazioni (stati alterati e/o alternativi, peak experience, ipnosi, ecc.), la psicologia di massa, la psicopolitica, la psicologia dello sport e le varie strategie per facilitare e regolare i processi e le transizioni psicobiologiche, i cambiamenti in micro e macro sistemi.

 Ha svolto attività di psicoterapeuta e ipnoterapeuta con approccio ericksoniano-sistemico e ha collaborato con il CONI, la FIDAL e la FITARCO come preparatrice mentale (mental coach) per atleti d’élite, ma anche nell’attività sportiva di base. 

Finché le sue condizioni di salute lo hanno permesso, ha tenuto lezioni, seminari e workshop di Psicologia dello Sport e sulle strategie di cambiamento utilizzate.


POESIA

   


   





Festival di Castelporziano (foto Piero Varroni). In alto a sinistra (per chi guarda) Amelia Rosselli, 
Daniela Ripetti, Victor Cavallo, Dario Bellezza, in basso a destra il poeta inglese 
David Gascoyne e Renzo Paris 


Teatro San Ferdinando di Napoli, 1979







Recensione di Franco Cordelli della performance Diversioni 
di Daniela Ripetti, "Paese Sera" , aprile1980




Secondo Festival Internazionale dei Poeti, Piazza di Siena 1980 
Da sinistra a destra: Amiri Baraka e Daniela Ripetti, 
dietro 'Cavallo Pazzo' ed Erich Fried 



La 't-shirt' del Secondo Festival dei Poeti a Piazza di Siena 






Terzo Festival Internazionale dei Poeti, Università di Roma 1981




Presentazione di "Dei Trapassati intendimenti" di Daniela Ripetti-Pacchini
Il Tirreno 11 settembre 1983


"Il successo della Poesia", L'Unità- Firenze-Toscana 13 settembre 1983 


Presentazione di "Dei trapassati intendimenti" a Roma aprile 1984 







Due poesie nella mia versione inglese da Addio Roma e altre poesie:



  

ANNABEL LEE remake (Sept.1981)

(Sometimes Angels are terrible) 

 

You were a pilgrim in your Paradise

I was pataphysical in my Land,

we met in the Vita Nova

so gentle we were and so young…

 

Until, a cloud passed over my land

and a cold wind froze all my grace…

and like Annabel Lee, that you sang,

fate took me away from you, from my soul.

 

I was brought near the sea,

where the Arno river flows

past Eve and Adam’s I was brought,

perturbing the very word-dom.

 

And I no longer understood you

or I understood you too much

when you said incredulously:

 “You are my woman, and it is not fair!”

 

And I let you speak, I let you insult

the beautiful Annabel Lee,

because I loved you

   with a love more than love

that even the Angels envied us

and struck us with misfortune.

 What bastards!

 


GOODBYE ROME (1982)

 

Everything is already dead before it ends.

No herring gull or crows return in autumn, 

no starlings no cormorants arrive on the Tiber Island,

they no longer dance choreographies in flight.

 

Goodbye Rome

with your fountains and springs

where poetry gushed out in streams

that Roman hydraulics couldn't contain.


I bid you farewell, to go where I don’t know.

I say goodbye to the butterfly-shaped staircase

where I descended one last time to the Spanish Square

wearing a red-blue veil of the imaginative Barocco.

 

Or where I climbed to the French Academy

towards the Loggia of the White Lions

and the flying Mercury, le Spectre de la rose

of my eighteen years.

                                                                       

Or where we went on the roof of Nita’s suite

when Gerard was shooting the last scene

        of his unfinished film,  

in the rain and the enigmas of an unspeakable Rome.

 

“Die, if thou wouldst be with that which thou dost seek!

Follow where all is fled!”

It seemed to sing each step ascended 

or descended in memory of Keats.                  

 

Goodbye Rome, together Paradise,

ruins, wonder and Avernus…

from the plane trees of your Lungotevere

protectors of artists, to the plane trees of

Viale delle Piagge where my life languishes,

the distance is unbridgeable 

and time... is irredeemable.”

 

(Translated into English by Daniela Ripetti)



ANNABEL LEE remake (versione italiana,1981)

     (A volte gli Angeli sono tremendi)


Tu eri peregrino nel tuo Paradiso

 io patafisica nella mia Terra,

c’incontrammo nella Vita Nova

tanto gentili eravamo e in giovanezza.

 

Finché, una nube passò sulla mia terra

e un vento freddo gelò ogni mia grazia…

e come Annabel Lee, che tu cantavi,

la sorte mi portò via da te, dalla mia anima.

 

Mi portò vicino al mare,

là dove scorre l’acqua dell’Arno

past Eve and Adam’s mi portò,

ipsa verba perturbando. 

 

E non ti compresi più

   o ti compresi troppo

quando dicevi incredulo:

“Sei la mia donna, e non è giusto!”

 

E ti lasciai parlare,

ti lasciai insultare la bella

Annabel Lee, perché t’amavo

d' un ammore accussí grande

che anche gli Angeli ci invidiavano

e ci colpirono con la disgrazia.   

Che carognata!

          

Suono, senso e risonanza: alcune note sulla poesia Annabel Lee remake e sulla mia traduzione in inglese. 

Nella prima quartina di Annabel Lee remake vi è un chiaro riferimento a Dante, oltre al suo Paradiso, alla Vita Nova, cioè a quel libello dantesco di teoria, pratica e ragionamento storico sulle “parole per rima”, o poetica. 

La forma letteraria scelta da Dante è il prosimetro, in cui si alternano parti poetiche e parti in prosa, dove viene definita la nuova poesia chiamata stilnovo.

Così, traducendo in inglese l’aggettivo “gentile”, incluso nella Vita Nova e in particolare nel paragrafo XXVI dove si parla della “gentilissima donna” che parea “tanto gentile e tanto onesta”, utilizzo la parola “gentle” (gentile e, nel senso medioevale, di “nobile di spirito”) come nella traduzione in inglese di Dante Gabriel Rossetti. Tuttavia, l’altro aggettivo “patafisica” sbalza in un’altra dimensione caratterizzata da una logica dell’assurdo e da una metafisica eccentrica, spaesando un po’ la lingua del Medioevo dantesco con un bel salto temporale.

Infine il termine antico “giovanezza” per giovinezza, da me usato nella versione italiana, è un riferimento a Giacomo Leopardi e alla sua poesia “A Silvia”: “Agli anni miei anche negaro i fati la giovanezza…” Quel sostantivo è stato da me preferito in quella quartina, perché la vocale ‘a’ invece della ‘i’ mi dava l’impressione di un vasto, denso, aperto spazio promesso da quella età bella e fuggitiva.

Nella quartina successiva prosegue la rielaborazione del racconto in versi di Poe e l’attualizzazione del suo romanticismo gotico. Finché, nella terza quartina con l’allusione al James Joyce di Finnegans Wake, il linguaggio si ‘transmuta’ (per usare un verbo del Convivio) ed evolve entrando nel modernismo sperimentale dell’autore irlandese e chiudendo la quartina con il neologismo “word-dom”. Assistiamo in tal modo, nella traduzione in inglese di questa poesia, all’evolversi del linguaggio dal termine arcaico “gentle” al neologismo sperimentale “word-dom”.

I versi della quartina in questione dicono: “la sorte mi portò vicino al mare / là dove scorre l’acqua dell’Arno / “past Eve and Adam’s” (oltre ‘Eva e Adamo’) mi portò / e le parole scritte in grassetto sono la citazione dall’incipit del Finnegans Wake di James Joyce. Il fiume Arno che scorre davanti alla mia casa pisana e attraversa il paesaggio gettandosi poi nel mare, mi richiamava e mi richiama infatti, il “fluido-fiume” Liffey dell’incipit del Finnegans. Il successivo passaggio in latino “ipsa verba perturbando” è quello che nella versione inglese, o lasciavo in latino o, traducendolo, dovevo trovare le giuste parole per dirlo nel giusto suono. Ed è a questo punto che ho creato il neologismo “word-dom”Ho costruito tale neologismo sulla falsariga della parola kingdom ritornante  fra l'altro 5 volte nell'Annabel Lee di Poe, quasi un invito a osservare bene quel vocabolo. Così ho cercato la sua etimologia e mi è venuta la voglia di prenderne un pezzettino. Ho tolto perciò il king (il “re”) e ho preso solo il suffisso -dōm.

“Word-dom” suggerisce l’idea di un “regno della parola”, di una “sovranità del linguaggio”, o di una “condizione della parola” che viene perturbata. Il termine inglese kingdom deriva dall'antico inglese cyningdōm, formato da cyning (“re”, antenato di king) e il suffisso -dōm (“giudizio”“condizione”, “dominio”, imparentato con il tedesco -tum), indicando quindi lo stato, la giurisdizione o la condizione del re. Ha radici germaniche comuni (kuningadōmaz), evolvendosi nel significato di dominio o territorio governato da un sovrano. Il neologismo dovrebbe suonare naturale all’orecchio inglese perché segue la logica di termini come fandom o officialdom. Avendo citato poi, nel verso precedente l’incipit del Finnegans Wake (“riverrun, past Eve and Adam's…”) di Joyce, maestro di neologismi e di composti linguistici, usare “word-dom” è stilisticamente coerente e molto “joyciano”.

Per un orecchio anglofono, il finale in -dom crea una chiusura’ sonora molto più soddisfacente rispetto al latino, perché si aggancia bene alla musicalità del verso precedente.

In conclusione, la scelta funziona a livello fonetico e ritmico per 3 ragioni:

1.    La rima interna e l’allitterazione: in inglese, la “m” finale di Adam's (nel verso precedente) e la “m” di word-dom creano una ‘risonanza nasale’ che lega i due versi. Questo dà alla strofa una coesione che il latino perturbando (finendo con una vocale aperta) non avrebbe.

2.    L'accento tonale (Meter): L'inglese è una lingua accentuativa. Word-dom è uno ‘spondeo’ (due sillabe lunghe/accentate). Chiudere un verso con due colpi decisi dopo il ritmo più fluido di perturbing the very... crea un effetto di “caduta” o di “arresto” che sottolinea bene il concetto di perturbamento.

3.  L'effetto Joyce: Giocare “al gioco di Joyce”. Dato che avevo citato Eve and Adam's, il lettore entra in una modalità di lettura “attiva” e si aspetta una manipolazione della lingua. Se dopo Joyce avessi usato il latino accademico, avrei forse deluso le aspettative.

Inoltre, richiamando implicitamente la parola “word-doom” (destino della parola/giudizio universale), aggiunge uno strato, un velo di presagio che anticipa l’incomprensione dei versi successivi (“and I no longer understood you”). Pur tuttavia il Chaos dell’incomprensione e del nonsenso, può trasmutarsi nel Chaosmos della coscienza e del linguaggio (“or I understood you too much”). Tanto per non perdere di vista  il Finnegans Wake...

In breve, avendo fatto leggere la poesia a un lettore anglofono, quella strofa suona come “un modernismo consapevole”. Non è pesante, è materica. Dà l’idea che la sorte non stia solo cambiando le parole, ma rimescolando la materia stessa di cui è fatto “il regno del dire”.

Infine, nei versi finali parlando in inglese dell’ “amore più grande dell’amore”, “a love that was more than love” (che in italiano sono resi nel dialetto napoletano), cito quasi letteralmente il verso di Annabel Lee di Edgar Allan Poe. Di tale autore condivido anche l’importanza data all’aspetto sonoro delle parole, per cui il senso dovrebbe tornare, quando è possibile, al suono, in una forma o nell’altra come si legge nella sua  Filosofia della composizione (The Philosophy of Composition).

Poi la chiusura finale della poesia con l'esclamazione “Bastard!”, riferita agli Angeli invidiosi, dà una sferzata di realtà che rompe l’intellettualismo dei riferimenti precedenti, un grido umano che “sporca” la letteratura, per restituire il dolore provato per quegli eventi avversi, anche se a volte giocando un po' con le parole. 

Ho preferito utilizzare la forma monottongata Vita Nova nel titolo dell’opera dantesca, per coerenza con l’incipit Vita Nova del primo capitolo della stessa e ugualmente per la citazione di tale titolo nel Convivio. Comunque, storicamente si è privilegiato, nell’uso editoriale e scolastico, la forma dittongata Vita nuova. Come accade anche nell’ottimo testo Vita nuova con guida alla lettura di Edoardo Sanguineti e note a cura di Alfonso Belardinelli, Garzanti 1977.

Daniela Ripetti-Pacchini   

                     

"Il lavoro di Teti" di G, Bertini 


                                                     Rose rosse e gialle di G. Bertini 1970


Ѐ morto oggi 11aprile Romano Luperini, l’importante critico letterario, scrittore e politico che rappresenta una voce molto significativa del Novecento italiano. Ha pubblicato diversi testi, ma vorrei ricordarlo con il suo recente “Il Sessantotto e noi”, una testimonianza a due voci scritta assieme a Beppe Corlito, che partendo dalla comune esperienza politica, analizzano un anno emblematico e un fenomeno che ha segnato la storia mondiale con una impronta indelebile. “La testimonianza di un sogno e di un movimento senza fine”.

E vorrei ringraziarlo anche per la prefazione che fece nel 1994 alla mia raccolta di versi Apache Tear e per i consigli datimi. Ci mancherà.





“Amelia Rosselli. Un canto nel suo spazio” è una mostra dedicata alla poetessa Amelia Rosselli, in corso al Museo MACRO di Roma dal 29 aprile al 30 agosto 2026, curata da Andrea Cortellessa. L'evento celebra i trent'anni dalla scomparsa della poetessa (1996-2026), concentrandosi sulla sua voce, il suo trilinguismo e la sua profonda innovazione poetica.

Nell’ambito della mostra su AMELIA ROSSELLI a cura di A. Cortellessa, giovedì 21 maggio alle ore 19, al MACRO in Via Nizza vi sarà un incontro e reading con SONIA BERGAMASCO intitolato:

LA NOTTE ERA UNA SPLENDIDA CANNA DI GIUNCO 






  





domenica 3 agosto 2025


Estratti di prefazioni, recensioni e note nel tempo ad alcuni scritti in versi e in prosa di Daniela Ripetti Pacchini

Daniela Ripetti (cognome completo: Ripetti Pacchini) è scrittrice e poetessa. In passato ha svolto attività di psicologa-psicoterapeuta e ha collaborato a diversi quotidiani e riviste italiane. Si è occupata inoltre di teatro e ha lavorato in Italia e in Francia con Carmelo Bene.

Durante la sua formazione universitaria e la specializzazione ha vissuto prevalentemente a Roma fino agli inizi degli anni Ottanta quando, a causa di una grave patologia, è tornata a Pisa, sua città natale. 


Lettera-prefazione di Alberto Moravia (1982)

 

“Cara Daniela, nelle tue poesie è visibile l’amabile baldanza toscana che non conosce limiti di tempo e di spazio ed è subito moderna (o se preferisci, come si dice oggi postmoderna). Appartieni, insomma, a una cultura sempre capace di sorprendere l’attimo che fugge, anche se la tradizione è all’angolo della strada nel momento stesso che viene respinta e negata. Questa è la tua fortuna; ma non è forse anche la fortuna una qualità di cui alla fine possiamo rivendicare il merito?

   Tu alterni l’idea di una poesia della rivolta ‘civile’, a quella di una poesia per te sola, magari a chiave, magari localizzata nel luogo stesso in cui si strugge la tua esistenza. È caratteristico ancora una volta della tua toscanità di gettare un ponte immaginario tra Pisa e San Francisco.  Ma in questi gemellaggi della Maremma (“fossi diventata ora/ un’unica antica zolla/ fosse ora la Maremma/ la mia anima definitiva”) con la controcultura californiana, tu ti trovi a tuo agio e ti ci muovi con grazia. La tua è una provincia, che per vocazione misteriosa, diventa subito metropoli.

   Forse la poesia si riconosce soprattutto nella capacità di fermarsi sulla soglia del dicibile; e questo perché il poeta, per forza di cose, è portato a parlare di sé stesso e il discorso su sé stessi, se vuole essere poetico deve essere discreto. Così con discrezione sai dire di te stessa: “Ma delle donne io/ sarei le vestigia/ come fugaci gesti in me racchiusi/ e il non trovare fa sì/ che ci troviamo muti/ soli a cercare/ … / di rimanere in due/ perdutamente unici”. Altrove invece tu non temi di adottare l’enfasi unanimistica, l’approccio all’evento politico del giorno. Direi che non si capisce la prima ispirazione senza tenere conto della seconda.

La tua maniera di essere “presente” e “civile” spiega e giustifica l’intimità della poesia quando tratta temi privati, esistenziali. Anche se, come dici: “Non mai/ sarà possibile/ attraverso chiassose/ distanze di aria/ proclamarti lo smarrimento/ della mia stanza”.

     In realtà le tue poesie testimoniano l’attualità della poesia anche quando non cerca di essere attuale. A fornirci un’idea poetica del tempo tuo e del nostro, non erano necessarie alla fine, forse le poesie diciamo così “politiche” (come il ricordo di Giorgiana Masi o quella intitolata “Temporale e festa popolare a Pietralata”). Bastava l’autoritratto tutto privato nel quale chi ti conosce, ravviserà facilmente la tua disponibilità, la tua curiosità, la tua accettazione di ogni esperienza di specie, diciamo così “storica”.  Ѐ in fondo anche poesia “civile” parlare di sé, a patto che lo si faccia non “fuori” dell’epoca, ma “dentro”. Tanto più che non sei mai sola.

Attraverso i tuoi versi allusivi e trasognati, un po’ simili a certe balenanti apparizioni di Campana, s’intravedono presenze maschili fascinose e casuali rievocate con un preciso recupero dei dati del momento. Si ricava l’impressione di una franca femminilità proprio perché l’uomo vi è preso in considerazione come l’insostituibile “altro”.

Così sia che tu racconti un aneddoto, sia che registri l’attimo irripetibile di un rapporto, sia che ti fermi a definire uno stato d’animo, tu sai rievocare una certa maniera di esistenza con i colori, le parole e gli accenti non di tutti i tempi e di tutti i giorni, ma proprio di quei tempi e di quei giorni lì”

 Da: “In una raccolta poetica le ‘civili certezze’ di Daniela Ripetti-Pacchini, autrice toscanissima”, La Nazione, Martedì 4 ottobre 1983

“Un collage di impressioni e di forme rivissute e fermate in un tempo ‘immediato’ senza cadere in sentimentalismi, uno spostarsi incessante dalla sfera privata a quella pubblica e politica, un ‘io’ sempre desto e sorretto da una forte e accettata femminilità. Dei trapassati intendimenti è l’ultima produzione poetica di Daniela Ripetti Pacchini, che ha voluto qui riunire alcune delle sue poesie comprese in raccolte precedenti […] Nella lettera-prefazione di Alberto Moravia fra l’altro si dice: “Nelle tue poesie è visibile l’amabile baldanza toscana che non conosce limiti di spazio ed è subito moderna (o se preferisci, come si dice oggi, postmoderna…)

Daniela Ripetti Pacchini è infatti toscana, anzi toscanissima, dato che è nata a Pisa anche se da alcuni anni vive prevalentemente a Roma dove si occupa di giornalismo e psicologia. Ha preso parte come attrice a Special televisivi di Federico Fellini, ha recitato in teatro con Carmelo Bene e in televisione in Visita a casa Marx.

E Dei trapassati intendimenti si lega strettamente a queste esperienze dato che raccoglie in miscellanea poesie presentate in Festival e concerti nazionali e internazionali di poesia. Soprattutto in “The bleu roses” il verso richiama la musica, la gestualità del teatro […] L’impatto con questa raccolta può creare nel lettore un senso di disagio per la diversità dei canti qui riprodotti: dall’impegno politico, alla denuncia, come in “Visione di Giorgiana (Masi) ed Anna (Eugenio), a una poesia privata,  esistenzialmente vibrante, ricca di colori e di forme in un alternarsi di ritmi,  come in “Yer Blues”  e in “Divinità-contro Divinità”, “/ Io senza Dio/ senza io forse finché/ l’autunno di colpo mi tolga il respiro…”  Ma il disagio percepibile è frutto solo della genesi contingente della raccolta.


Nino Maiellaro da Spirali, N. 65- Luglio-Agosto 1984

“[...] Della poesia della Ripetti bisogna dire che proviene da una lunga esperienza di ‘performer’ in cui il gesto e la scena sono parti essenziali. La sua è una poesia di segno metafisico più che reale, intessuta di vocalità cromatiche, di sonorità ed echi teatrali, in cui il lessico è molto contratto, molto essenziale, restio a concedere più di quanto siano le esigenze della pagina scritta. Una poesia che dallo spartito trova tutte le sollecitazioni possibili per la recitazione, ma non lo adatta alla voce, non lo gonfia, lascia che il testo nasca prima della voce, che il segno preceda il suono, in modo che la pagina continui a esistere quando si saranno spente le luci dello spettacolo [...]

 Da Altiplano, Issue 4; Issues 7-9. Mexico (Mexico:State). Direccion de Patrimonio Culturale, 1985: “La Eternidad de lo efímero se instaura en su poesía [...] Su poema presentado (“Práctica del domingo”) es la mar de cotidiano y ahí está precisamente su encanto: de la nada que es el todo, surge el texto […]”

Traduzione: “L'eternità dell'effimero si instaura nella sua poesia...” E prendendo ad esempio la poesia Pratica della domenica” (Práctica del domingo), il recensore scrive: “La poesia qui presentata si muove nel mare del quotidiano e questo è appunto il suo fascino: dal nulla che è il tutto, sorge il testo [...] 

Raffaele Pellecchia dall’antologia: La poesia nel Lazio, 1988

“Tensione civile e urgenza sentimentale, ordiscono la trama della poesia di Daniela Ripetti al punto che si potrebbe indicare nella figura dell’ossimoro la sua cifra spirituale e, allo stesso tempo, stilistica più persuasiva. Sottratto al freddo virtuosismo della letteratura manieristica, l’ossimoro configura l’irrisolta lacerazione di una coscienza che oscilla tra ripiegamento intimistico e rimorso, tra “incantamenti” e “intendimenti”. Eloquente spia di questa condizione è la frequente formulazione ottativa (“Fossi diventata ora”; “Fosse ora la vita il centro della mia vita”; “se / potessi adire alla campagna”; “vorrei essere – io e te – la classe/ … come vorrei / bambini inondati di pioggia / essere…”; “e te vorrei,/ come toccando aria / come toccando terra/ vorrei/ un arcangelo…”) che denuncia un persistente iato tra essere e voler essere o, in altri termini, realtà e sogno[...] La sua è una poesia, che, quantunque si nutra del costante apporto dell’esperienza concreta dell’autrice, gioca la sua carta espressiva nel versante di un antirealismo perseguito attraverso una dizione fortemente figurata in grado di rilevare lo spessore della realtà in forme straniate cui collabora, talvolta, un sapiente uso di spaziature e dislocazione dei versi.”

Nota introduttiva di Giampaolo Piccari alla raccolta Marcia della Prudenza 1981 di Daniela Ripetti Pacchini da Quinta Generazione 1992

“Tra le ultime tendenze della poesia s’avverte la dilatazione corale, che la fa uscire allo scoperto e le fa assumere tecniche teatrali, idonee al bisogno dell’incontro e del dialogo, della testimonianza e del messaggio solidale, della confessione monologante.

Daniela è attrice, dunque conosce le tecniche gestuali che devono creare l’amplificatio della scena, anche la sua ambiguità, quindi il cromatismo, la sonorità, gli accorgimenti grafici, come spaziature, dislocazione dei versi con dilatazione spaziale, sospensioni e lessico contratto, vuoti per gli echi di silenzio, lapidarie essenzialità e tutte gli espedienti offerti dal futurismo e dalle avanguardie per la poesia fonica.

In una sua dichiarazione di poetica, poi, la Ripetti fa sapere che non le interessa la letteratura di identificazione e consolazione, ma quella di opposizione e di attivazione che promuova movimento e conoscenza: un po’ di mistero con molti punti di osservazione perché resti il sentimento di molte combinazioni.

Avversa all’immobilismo dell’ordine, è favorevole alle smagliature: Pace è /un irrispettoso rispetto, / pace è incrinare l’ordine/ dello stesso ordinare/. Bisogna sfuggire per la tangente, dalla realtà nel sogno, nel mito.

Pellecchia crede che questa poesia, provocatoriamente femminile nell’irrisoluzione delle lacerazioni della coscienza, oscillante tra ripiegamento intimistico e rimorso, tra tensione civile  e urgenza sentimentale, tra “incantamenti” e  “intendimenti”, nel persistente iato tra l’essere  e il voler essere, tra realtà e sogno, raggiunge lo scopo  sfuggendo nell’ ottativo attraverso la cifra stilistica dell’ossimoro, come cifra spirituale, nell’ambiguità della scena; ma nella raccolta che qui presentiamo, sempre meno si avvertono le avances retrattili… e sempre più spesso, invece, s’incontrano verbi allusivi e trasognati con cui si arricchisce un ideale di vita ‘nature’: purché resti un segno di sogno.”

Prefazione di Romano Luperini (1994) alla raccolta di poesie Apache tear di Daniela Ripetti

     In un articolo di Daniela Ripetti del 1979, uscito sulla terza pagina de “Il Messaggero” il 14 luglio, trovo questa domanda, che ci porta già nel cuore di Apache Tear: “Com’è possibile sentire il respiro del corpo della parola quando il nostro corpo, il nostro respiro e tutte le varie espressioni della nostra fisicità sono controriformisticamente fustigate da oscuri cilici? La tensione a una fusione anche per via alchemica, col mondo, a gettare in un crogiuolo solo scrittura, corporalità, sensitività dell’io e delle cose, fisicità della natura, grazie a talismani, incontri con antiche leggende, sapienze ancestrali, percorre quasi tutte queste pagine. Ci si sente, forte, una formazione legata alla tematica del desiderio e della corporalità che fu tipica degli anni Settanta e in cui si conciliarono talora, come qui, radicalità politica e pulsioni libertarie provenienti dalla cultura francese (Deleuze e Guattari, soprattutto), in bilico fra irrazionalismo simbolistico e anarchismo. (E di tale ispirazione politica resta qualche traccia potente in una delle prime poesie della raccolta, infatti del 1981: “Pace non è / rispetto, pace/ è incrinare l’ordine, / dello stesso ordinare”).      

    L’autrice di questi versi è come attratta da un punto di fuga vertiginoso – una sorta di punto zero – da una “intersezione di sogno/ e di tempo”, in cui i suoi sensi possano rinascere in un’immedesimazione di paniche correspondance e di cui la stessa scrittura dovrebbe essere immediata manifestazione:

Così io mi sento/ nel cangiare dei formicolii e dei blocchi del corpo/ tra cielo e oceano/ in un’increspatura leggera del foglio…”.

   Ma “tornare/ nuova / al mondo” è programma utopico: l’ardore quasi mistico con cui viene perseguito si scontra con un limite, ritornante anche stilisticamente, nell’uso dei puntolini di sospensione, la cui frequenza è proporzionale allo scacco dell’impresa. E il limite finisce per riguardare anche questa implosione in versi che qualche volta stentano a distendersi, come inceppati da un’ineffabilità stessa dell’esperienza tentata o auspicata. D’altronde per Daniela, non potrebbe essere che così, giacché per lei “Dischiudere il senso / non è un problema di senso”, ma di recupero di una sensitività e di una corporalità frustrata dalla civiltà contemporanea.

Dietro ci si sente forse, l’eco della poesia americana (Ginsberg), certamente l’impeto “orfico” di Campana (d’altronde indirettamente citato più volte; si veda, per esempio, la poesia Canone enigmatico che rinvia implicitamente a La Chimera). 

     Il limite viene varcato in due momenti topici: quando quell’attrazione di cui dicevo diventa la stessa che i significanti esercitano nei propri stessi confronti calamitandosi a vicenda, rimandandosi i medesimi suoni e così scorrendo lungo l’asse metonimico delle assonanze e delle allitterazioni verso quel “buco vuoto/ senza sfondo” di cui si parla nella poesia Essere e Tempo (“Vorrei se potesse...”) che sopra ho chiamato ‘punto zero’, e quando si bloccano di colpo privilegiando l’interruzione fornita dal senso, la chiusura semantica. Nel primo caso i sensi imprevisti producono esiti surreali (talora originalmente accoppiati a un’istanza di verginità primitiva); nel secondo un’improvvisa e trepida chiarezza lirica, più tradizionale, ma in sé perfettamente compiuta come accade nella poesia “Riarsa di vita…”.

     Quest’ultimo testo, anzi, è un bell’esempio di fusione dei vari aspetti della ricerca di Daniela: lo slittamento dei significati (“norma… forma… foglia… adombra”) non tende qui all’infinito, ma si condensa alla fine, in una clausola ferma e perfetta: “al dileguar della norma / non resta né forma / né anima viva, ma un/ mobile lieve frusciare / di foglia che culla e / adombra la mia dipartita…

Frammenti di note critiche e recensioni a “Una giovinezza rubata - Memorie di guerra fredda” del 2019


Renzo Paris (poeta e scrittore):

 “La poetessa Daniela Ripetti Pacchini che ricordo al Beat 72 e ai Festival internazionali romani, ha scritto Una giovinezza rubata-Memorie di Guerra Fredda, edito da Books & Company. Ha sapientemente intrecciato l’episodio del Sessantotto, che la vide ingiustamente arrestata e incarcerata, per 15 mesi, per un inesistente uso di droga, alla guerra fredda di quegli anni, con la CIA che spadroneggiava e spadroneggia ancora da noi. I giornali dell’epoca erano pieni di fake sulla fascinosa modella, amica di cantanti e attori famosissimi, che animavano le serate di quella Roma rivoltata. Un libro davvero originale, più storico che memorialistico.” Facebook 21 settembre 2019

 

Augusto Illuminati (filosofo) frammenti dalla sua recensione a Una Giovinezza rubata su OperaViva Magazine, 27 ottobre 2019

“Non era insolito che nel 1968, a scopo “pedagogico”, la polizia pescasse a caso qualcuno negli ambienti politicizzati o contro-culturali e, altrettanto per caso, rinvenisse in automobile o in una tasca qualche traccia di droga, con relativo scandalo mediatico, arresto e più o meno lunga detenzione preventiva (all’epoca quasi illimitata). Prove generali per la grande repressione che sarebbe scattata di lì a poco. […]

   […] Nell’aprile del 1968 una ragazza diciottenne, modella occasionale, poi poeta e performer, una dei protagonisti del festival di Castelporziano del 1979, viene selezionata quale capro espiatorio e gettata in pasto alla stampa scandalistica per presunto possesso di 0,5 grammi di hashish e tenuta a Rebibbia per 14 mesi prima dell’assoluzione con formula piena. Un bel pezzo di giovinezza rubata.

Ma Daniela Ripetti ha voluto rievocare quella vicenda, che pure l’ha profondamente segnata ed è stata anche occasione di produzione poetica, non come caso personale ma in un contesto storico-politico, esempio di una campagna internazionale mirata volta a «smagnetizzare» i movimenti di sinistra e il loro prestigio culturale con una gamma di infiltrazioni e provocazioni che andava dalla ben pagata critica destrutturante alla diffamazione e persecuzione personale con vieti metodi polizieschi. Infatti il sottotitolo del libro recita: Memorie di Guerra Fredda (Books&Company, 2019) […]

[…] Con retrospettiva generosità Daniela Ripetti incastona la sua sfortunata vicenda in quella lunga catena di complotti e provocazioni nel momento in cui tocca la grande stagione ribelle italiana fra il 1968 e il 1977 – come del resto aveva fatto in termini poetici e non storiografici come adesso, per esempio in Virus o il Furto di Atlantide. Ne risulta un libro composito e istruttivo, che testimonia un’epoca conclusa di contrapposizione polare, anche se gli stessi metodi continuano ad applicarsi in un universo multilaterale di imperi, servizi, sopraffazioni e congiure, dove il potere, per essere «post-ideologico», non ha certo perso i suoi tratti inquinanti e criminali di sempre.” 


Riccardo Tavani, da Chi ha rubato la Giovinezza di Daniela Ripetti? Stampa critica:  https://stampacritica.org/2020/06/30/chi-ha-rubato-la-giovinezza-di-daniela-ripetti/

“La giovinezza di Daniela Ripetti è il suo stesso sguardo. Intatto, incontaminato: a dispetto, a disdetta del potere del tempo e di ogni altro potere folle iscritto sotto il suo dominio. È la giovinezza stessa che ci guarda, ci riguarda, ci cerca, ci chiama. La sua è la giovinezza poetica e politica di una stagione storica incandescente per bellezza, irruenza e suadenza. Una generazione che osa guardare direttamente in faccia il potere, e questo suo puro sguardo appare immediatamente come un assalto al cielo. Esso, infatti, svela, sfida e insieme mette sotto scacco la finzione, l’inganno, la menzogna di una democrazia bloccata, castrata. E per tale sguardo di parola, Daniela Ripetti paga il prezzo di una giovinezza che le è rapinata, tra l’uscita dal portone della scuola a Pisa e l’ingresso in quello dell’Università a Roma. Quindici mesi di galera per la sua bellezza, uno dei tratti esistenziali della giovinezza che ogni potere agogna di più sottomettere. Lo racconta direttamente lei in Una giovinezza rubata, Memorie di Guerra Fredda, edizioni Book & Company. Un libro che è insieme la rigorosa ricostruzione di un quadro storico mondiale sconvolgente…” 

 Poesia- Phoenix di Daniela Ripetti Pacchini, recensione di Riccardo Tavani su Stampa Critica del 31 gennaio 2023, Numero 02/2023

“L’editore Transeuropa, nella collana Nuova Poetica, pubblica la plaquette di Daniela Ripetti-Pacchini dal titolo Poesia-Phoenix. Un’autrice dell’avanguardia poetica di cui abbiamo già scritto per due sue precedenti pubblicazioni. Ricordate nell’ordine cronologico sono: Una giovinezza rubata, grande libro di ricostruzione storico-politica della generazione ribelle della seconda metà del secolo scorso, da noi segnalato nel numero 12 del 30 giugno 2020. Seguito da La poesia e il suo doppio, quasi un’opera omnia della poetessa, di cui potete leggerci nel numero 7 del 17 aprile 2021.

La poesia e il suo doppio, sopra richiamato, svela l’ampia portata dell’architettura d’avanguardia e di giustizia poetica sviluppata da Ripetti-Pacchini. Poesia-Phoenix, la plaquette di questo 2023, è invece una fuggente navicella che si stacca come un frammento dall’astronave madre per correr più veloci acque e, come la navicella dell’ingegno di Dante che alza le vele nel primo canto del Purgatorio, attraversa i leopardiani interminati spazi e sovrumani silenzi, tra interiori galassie di coscienze disperse. Questo perché ormai: “Rasoterra è il nostro cielo/ più alto e all’idea di/ guardarlo… all’idea di toccarlo/ già ci perdiamo…”. E anche Orfeo sotto quel cielo “vaga col suo canto fioco/ barcolla con la sua lira poggiato un po’ di sbieco/ ubriaco… di Aldilà…”.

Dalla sua discesa agli inferi, Orfeo non lo attende più neanche Euridice, la quale, invece, attende la giustizia dovutale. Giustizia per il tentato rapimento, stupro del pastore Aristeo, e morso di serpente che la sperse alla vista della vita, non all’esistenza della coscienza. Coscienza che non può cessare di attendere, perché Giustizia è iscritta nel nome stesso di Euridice: Eury-Dikē. L’etimologia è: Eury, vasto, ampio; Dikē, giustizia. Ossia: ampiamente giusta, giustissima. Eury, proprio per il suo significato di vastità, dà nome anche a Europa. Giustizia ed Europa, sono originariamente inseparabili nella nostra civiltà. Per questo la poesia, in quanto patria originariamente sempre in atto sia del mythos, sia del logos, cioè della parola, non può cessare, non può fare a meno di tendere alla giustizia. È una sua necessità, perché la primigenia forma di giustizia è proprio nel dirsi autentico della parola, non nel suo negarsi o contraddirsi. In forma di coscienza, percezione e parola, la giustizia in sé, come Euridice, come la poesia, è la vittima suprema di aggressione, avvelenamento da parte dell’ingiustizia.

L’ingiustizia – nelle molteplici forme e sembianze in cui appare e ci si abbatte contro – è proprio la più drammatica delle esperienze umane. E per lo più l’umano non riesce a trovare nessuna difesa da essa che non siano altre contro tragiche forme d’ingiustizia. A dimensione individuale, collettiva, statuale. Così che è inevitabile, quasi una maledizione destinale, l’andare del mondo fuor dei cardini. E per niente uno scherzo della sorte, per dirla con Amleto e Shakespeare, è che proprio alle grandi poete, poeti, ai veri artisti tocchi l’immane fatica di riportarlo in sesto. O per dirlo con i versi della poeta: “Non riordinerò questo universo/ né spererò nell’azzurro/ ma scenderò nell’azzurro…/ smagliatura d’intreccio o albore già smagliato…/ colore senza fondo/ più bello/ dell’umano”.

Il titolo della plaquette di Ripetti-Pacchini, Poesia-Phoenix, è preso da quello di un componimento dedicato a un altro grande poeta della sua generazione e suo fratello in poesia, Dario Bellezza. Il titolo del suo libro Morte segreta, vincitore del Premio Viareggio nel 1976, è richiamato nel primo verso: “È nella tua specie di morte… segreta/ che torni Dario nelle mie memorie”. Nello “Scordarsi… ritrovarsi”, infatti, è “come fosse l’infanzia e invece/ sempre sul punto di finire/ rinascere alla fine come la Fenice/ ogni volta tra i bidoni d’immondizia/ e le delizie.

Il tipo di opposizione, espressa qui con immondizia/delizia, ricorre in quasi tutti i componimenti di questa raccolta. Dalle prime pagine alle ultime:

infinito morso/ infinito riso;

l’antecedente mi fu conseguente;

quando appresi che io/ non ero io, non ero/ nata…/ per capire di me, decisi/ di dimenticarmi;

io dove trovavo/ la nuova domanda/ che mi sbarazzasse dalle risposte?;

tutto incanta / tutto incatena;

In estate fatalmente tornò/ con un profilo falso e vero;

tanto gentile sei/ come gentile stilla/ di nero abisso;

che i tanti tu, sono infine uno;

Seri sognatori/… intimi esecutori di mirabili in fieri;

pace/ è incrinare l’ordine/ dello stesso ordinare;

come asfalto astratto/ e tutto deserto/ o tutto splendore/ d’asfalto sfatto;

in lampeggianti bagliori di Nero…;

cherubici girovaghi/ dall’esilio esiliati;

O per la lucente caligine/… o per la santa tenebrìa/… come la festa, / nelle Ceneri;

le parole che crescono/ Verbo crescente/ decrescono nei sensi/ verba deficiunt;

del celeste male/… morire e far festa;

latte e fiele/… incantamenti amari;

Finché c’è l’infinito c’è una porta/ e resta il desiderio/ sulla soglia…;

sebbene frusta sia la soglia del dire…/ Orfeo continua a cantare… canta e muore/ muore e canta… condannato a non morire. Spiccata la testa dal collo bianco…/ con voce spirante, Orfeo ripete:/ “Eury-dike… Euridice…”;

Tempo vuoto/ benché pieno/… Dolce tempo/ benché asperrimo/… sveli la luna/ gravida di sole eterno;

noi… termini intermedi/ tra l’immensità e il vuoto;

come aculeo che dura eternamente/… che sorga come musica invisibile/ e sveli il Paradiso del frattempo.

Proprio perché “pace/ è incrinare l’ordine/ dello stesso ordinare”, ossia l’ordine come ingiustizia costituita, l’incessante ritorno del verso ripettiano sul contrasto, sull’opposizione alla giustizia, non è un semplice dire, seppure altamente lirico, ma anche attoverbo performativo, ossia parola che esegue – nello stesso suo dire istantaneo e intrinseco – ciò che dice. Nel fondo più abissale del logos, ossia nel nostro stesso sottosuolo e fondamento, ristabilisce e restituisce la giustizia misconosciuta, ma esistenzialmente, poeticamente a ogni essere dovuta e originariamente data. 
Non si possono certo esaurire in un breve articolo tutti gli aspetti – che rifulgono anche in questa sua breve raccolta – dell’intera opera di Daniela Ripetti-Pacchini, ma se abbiamo qui voluto insistere su un tema particolare è perché giustizia innanzitutto andrebbe restituita a questa grande poetessa della nostra avanguardia, i cui versi, quale eco di fondo, “tremano, / come aggrappati all’aria”. Tanto che una ragazza, un ragazzo di ieri, nelle loro “altissime/ confuse… bestemmie…”, possono ancora profeticamente avvertire in loro: “Un’epoca ci divide. / Tu, mi risplenderai dopo”. Prima di dopo, però, lei già sta splendendo e continua a farlo, semplicemente tessendo poesia non solo in forma di rosa o di cosa, ma di e con l’inseparabile Dike, Giustizia. Metricamente respirando, sussurrando: “Ora mi siedo per un po’/ in questo vecchio luogo/ a spolverare la polvere/ la polvere… e l’Oro…”. 

 Estratto dalla recensione dello scrittore e poeta Fabrizio Raccis alla raccolta di versi Poesia-Phoenix di Daniela Ripetti Pacchini

 

“[…] Poesia - Phoenix è una plaquette di poesia davvero raffinata, la poetessa sembra avere raggiunto l’apice intenso dell’eternità attraverso il verso sciolto, ripropone vecchi e nuovi testi, il suo è un linguaggio universale che trascende ogni condizione, scrive in italiano e in inglese, è capace di catturare il proprio vissuto per trafiggerlo come stelle, una per una, su questi fogli di carta che rappresentano le sue memorie. È inevitabile non venire colpiti da una tale sconfinata dolcezza... “e dovendo interrogare tutti i fantasmi/per capire di me, decisi/di dimenticarmi…

Da Roma a Praga, dall’Europa all’America, sono ancora tante le tappe poetiche che questa autrice ha attraversato durante la sua vita, per tutto questo tempo non ha mai smesso di scrivere, di vivere l’arte e la poesia sulla propria pelle, neppure quando è stata colpita da una terribile patologia che l’ha esiliata dal mondo dopo svariati ricoveri.

Sono racchiusi in questa plaquette anche i versi che ha scritto durante le prove del Romeo e Giulietta di Carmelo Bene nel 1977, a testimoniare il fervore, l’intensa dedicazione al dio del verso: 


“Nemici della pace...che profanate

queste rosse spade nel fratricidio…

È già la terza volta...Capuleti e Montecchi…

È già la terza volta…”

Ma come siamo bravi a fomentare l’odio

vanità è l’unica reale

fittizio macinino che logora i giorni

bella vanità è starsene fra i sogni

e amare la realtà nella misura in cui...s’en va [...]”


(Versi iniziali di Evanescenze dalla raccolta Poesia-Phoenix, Daniela Ripetti Pacchini)

 

Per apprezzare al meglio la poetica di Daniela Ripetti Pacchini dobbiamo leggerla con attenzione, dobbiamo osservarla facendo qualche passo indietro, da lontano, come per ammirare un meraviglioso paesaggio, una di quelle lande poderose e sconfinate che tolgono il respiro. È così che si apprezza l’incanto, osservando attentamente ogni minimo dettaglio con una visione molto più ampia.

Le sue poesie richiamano a un tormento che diviene innovazione, sacrificio, la medicina dell’anima che goccia dopo goccia scava nell’interminabile scandire delle ore: “Non ergete lapidi a Orfeo.../intona il poeta/sebbene frusta sia la soglia del dire.../Orfeo continua a cantare...canta e muore, /muore e canta.../condannato a non morire.

Si possono apprezzare i richiami a poeti come Rainer Maria RilkeDylan ThomasWilliam Shakespeare, e ancora al simbolismo, a una spiritualità moderna che non punta alle attenzioni della massa, all’assoluzione, che non bada ad ammaestrare il pubblico di lettori, da molto tempo la poetessa ha intrapreso la via di salvezza più mistica, ha sconfitto la tragedia e riflette sul mondo estetico e filosofico passando da Schopenhauer a Nietzsche, sgretolando le barriere di ogni classicismo ed elevando le sue liriche ad un qualcosa di più grande di noi.

 LA VITA È IRREPARABILE

 

La vita è irreparabile

questo dolore è irreparabile

solo,

senza scampo di morte.

Io e te, Emily,

oggi prendiamo un tè

raccontiamoci le cose

da vecchie amiche…

dimmi una parola audace ridente

fammi giocare,

noi...termini intermedi

tra l’immensità e il vuoto,

piccole cose da poco

stelle già svanite

e nessuno che inveri la storia

di quel flebile istante

dove la vita ritorna a vivere.

Venga il male fisico

la vertigine del dolore

che mi distragga dal dolore peggiore:

quello irreparabile

di vivere.

 

(Poesia dalla raccolta Poesia - Phoenix, Daniela Ripetti Pacchini)

La scrittura di questa poetessa trasuda verità, riesce a smuovere e dinamizzare le parole che non restano incollate al foglio, si sfilacciano a grappoli e, ogni acino sinteticamente, ci racconta il respiro del corpo.

Nella sua poesia BIG PICACHO è racchiuso il richiamo a terre lontane, a popoli che sono stati tremendamente perseguitati come le tribù Apache in Arizona, memorie ritrovate che si mantengono in vita in versi toccanti come le lacrime di quelle donne indiane segnate dal grande dolore. E anche in APACHE TEAR ci racconta di quanto è difficile camminare nel bordo di questo abisso scivoloso e tondo, di quanto è forte il desiderio di rinascere, di tornare nuova al mondo…

In conclusione, mi sento molto legato a questo genere di scrittura, alla meditazione poetica che partorisce speranza, c’è un bisogno crescente di purezza al giorno d’oggi, non dobbiamo mai smettere di cibarci di poeti assoluti come Daniela Ripetti Pacchini, poeti che sono in grado di richiamare qualcosa di estremamente intimo, di far vibrare l’animo umano attraverso le proprie idee. Leggete Poesia – Phoenix, condividete questa nuova plaquette di versi, affrontate la vita con la stessa caparbietà di questa poetessa speciale.

IMPROVVISO

...l’antecedente mi fu

conseguente

e la catena leggendaria

di ombre che mi erano appartenute

naufragò

come una vecchia gomena…

tutto passò

in repentino cambiamento

davanti ai miei occhi

quando appresi che io

non ero io, non ero

nata

e dovendo interrogare tutti i fantasmi

per capire di me, decisi

di dimenticarmi.

(Poesia dalla raccolta Poesia-Phoenix, Daniela Ripetti Pacchini)”

Fabrizio Raccis, gennaio 2023 

Estratto dalla recensione di Riccardo Tavani su “Stampa Critica” al libro Addio Roma e altre poesie (30 dicembre 2024)

"Della poeta Daniela Ripetti-Pacchini abbiamo recensito nel tempo diverse raccolte di versi. E anche un libro di storia contemporanea fondamentale: Una giovinezza rubata, Memorie di Guerra Fredda, Book&Company, 2019.  […] Ora una sua nuova plaquette di poesie è apparsa nelle vetrine, tra gli scaffali reali delle librerie e in quelli virtuali delle vendite on-line. Uscito per Transeuropa Edizioni, prende il titolo di Addio Roma e altre poesie. La collana in cui l’editore presenta questa sua uscita si chiama Nuova Poetica. E viene subito da domandarsi: “Qual è la relazione tra l’opera di Daniela Ripetti-Pacchini e l’espressione, il concetto di Nuova Poetica?”

[…] La poesia precocemente, fin dalla sua adolescenza a Pisa, dove è nata, si manifesta in lei come una naturale forma espressiva e si sviluppa poi quale forma di resistenza, lotta, contro il tentativo di schiacciarle la mente e i sentimenti. Forma oppositiva che si delinea, però, non sul piano dell’urlo meramente contenutistico, ma su quello di un’inedita tessitura linguistica 
[...] Ma la sua in quegli anni era nuova poetica, ossia d’avanguardia, o quanto meno così veniva considerata? E a rileggerla oggi come appare?  

Il tempo ritrovato, l’ultimo libro della sterminata Recherche proustiana, contiene un passo ben noto e caro all’autrice: “Se il ricordo, grazie all’oblio, non ha potuto contrarre nessun legame, gettare nessun ponte tra sé e il momento presente: se è rimasto nel suo proprio luogo, alla sua propria data, se ha conservato le distanze, il suo isolamento nella profondità d’una valle o sulla vetta d’una montagna…”. Tale irrimediabile separatezza, scissione tra gli eventi in cui Marcel Proust s’imbatte alla ricerca nel tempo perduto, sono tutti quei folgoranti frammenti che improvvisamente riaffiorano dal passato e ci riportano alle labbra il lontano sapore di una madeleine inzuppata nel tè.

Questo, però, non avviene nell’opera poetica di Daniela Ripetti-Pacchini, perché lei stratifica i suoi versi non solo e non tanto di citazioni, ma di veri e propri echi linguistici di tutta la storia e la prassi letteraria non unicamente italiana, ma di tutto il mondo. Echi anche iconografici di quadri, inquadrature cinematografiche, e suoni, brani musicali.

Prosegue il brano di Proust “… esso ci fa di colpo respirare un’aria nuova, – nuova proprio perché è un’aria che s’è già respirata in passato, – quell’aria più pura che invano i poeti hanno tentato di far regnare in Paradiso, e che non potrebbe darci questa sensazione profonda di rinnovellamento se non fosse già stata respirata, perché i veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti”. 

Ecco, nella versificazione di Ripetti-Pacchini, questo colpo di respiro, d’aria anticamente nuova, è intessuto ab origine, sia nella lingua, sia nella metrica, nel ritmo musicale libero che lei scandisce. Per questo l’avanguardia nella sua opera non ha bisogno del tempo per diventare classicità, come avviene costantemente nella storia dell’arte. Mai la dizione Nuova Poetica, ossia il nome la collana editoriale che ospita questa sua raccolta di versi, ha così profondamente corrisposto alle forme e ai contenuti della sintesi poetico-esistenziale che graficamente riveste. Sintesi, infatti, che risuona ancora oggi d’avanguardia, perché essa non va alla ricerca, ma reca dentro di sé la gioia, la gloria della novità autentica, della novella nell’annuncio a ogni verso del paradiso ritrovato […]”

La poetessa, scrittrice e saggista Gabriella Sica commentando Addio Roma e altre poesie scrive:


“Vedo che il periodo romano è il tuo totem archetipico e cronologico a cui ritorni con consueta delicatezza che vela il fondo oscuro e nostalgico.

Questo è il tuo congedo da Roma e l’approdo a un altro tempo.

Bello che tu ricordi come disegnando acquarelli e colorando tinte sfumate.”

 

E il poeta e artista multimediale Gerard Malanga a cui inviai (prima di darle a Transeuropa) diverse poesie della raccolta Addio Roma da me tradotte in inglese, per vedere se funzionavano anche in quella lingua, commenta così:

 “I am thoroughly surprised! These are your best poems of anything I have encountered in close memory to anyone else’s work in Italian of your compatriots. The poem “Goodbye Rome” is a gem of linguistic. No need to doubt the translation here… They are all good and they work.”